23/11/2011

Il progetto "L'Isola che non c'è" entra nel vivo

Sabato 26 Novembre p.v., nell’ambito del progetto di educazione alla legalità “L’isola che non c’è”, gli Studenti dell’Istituto Superiore di Tropea, nel corso delle Assemblee Studentesche di Istituto, incontreranno testimoni significativi di legalità quali i familiari di vittime della 'ndrangheta.

E’ solo l’avvio di uno dei tanti percorsi seguiti dagli allievi della scuola tropeana nella dimensione della cittadinanza attiva e della diffusione della cultura della legalità.

L’evento, realizzato grazie alla collaborazione dell’ ”Associazione Familiari di vittime innocenti della mafia”, coordinata a livello provinciale da Matteo Luzza nell’ambito della sezione “Libera Memoria” di Libera- Vibo, proseguirà nei mesi a venire, consentendo agli studenti di riflettere su esperienze forti e significative di contrasto alla criminalità organizzata in preparazione del 21 Marzo, giornata della memoria e dell'impegno per le vittime di mafia.

L'incontro di sabato prossimo vedrà, nei vari indirizzi di studio dell’Istituto, la presenza di Stefania Grasso, figlia di Vincenzo Cecè, commerciante, assassinato a Locri e di Mario Congiusta, papà, di Gianluca ucciso a Siderno.

“La cittadinanza è fatta di libertà, di diritti e di doveri e non è uno stato acquisibile una volta per tutte ma piuttosto un percorso costante  di impegno, di partecipazione e di responsabilità.

Riflettere sui vissuti dei familiari di vittime innocenti della ndrangheta - dichiara la dirigente Beatrice Lento - è importante per comprendere ancora meglio il valore della persona ed il  disvalore di tutto ciò che si contrappone ai fondamentali diritti umani”                       

08/01/2011

Pietro di Costa scrive a Napolitano: "Ho denunciato facendo nomi e cognomi ma non sono stato mai chiamato da chi di dovere"

Sycurpol Tropea.jpgChiude l'Istituto di vigilanza perché stanco di subire minacce e intimidazioni e si rivolge al Presidente della Repubblica al quale chiede di essere ricevuto per rappresentare la sua vicenda. Pietro Di Costa, 42 anni, di Tropea, già titolare dell'Istituto di vigilanza "Sycurpol", chiuso da circa due mesi dopo aver restituito la licenza, non si dà per vinto e vuole andare fino in fondo. Non si piega ai soprusi e alle minacce.

Nella lettera inviata al Capo dello Stato lamenta, ancora una volta, di esser stato abbandonato dalle istituzioni contro le quali ha dovuto combattere, e non poco, prima di ottenere l'autorizzazione per aprire l'Istituto di vigilanza. Ma per lui la strada è stata subìto in salita: ottenuto il permesso e aperta l'attività sono subito iniziate le ritorsioni. «Le minacce – dice Di Costa – sono arrivate subito. Prima nei miei confronti, successivamente contro le guardie e la mia famiglia. Episodi che ho sempre denunciato fin dal 2008. Ma ogni mia rimostranza non ha avuto alcun seguito, forse neanche alcuna considerazione. Mi chiedo perché, visto che sono stato sempre un uomo vicino alle istituzioni e alle forze dell'ordine, informandole anche di situazioni molte spesso delicate».

Di Costa riferisce, inoltre, al Capo dello Stato di essere stato minacciato da un noto mafioso della zona, che attualmente è in carcere. «Tutte situazioni – annota ancora nella lettera inviata al presidente Napolitano – che ho dichiarato su Gazzetta del Sud nell'ottobre scorso affinché ognuno conoscesse la mia storia. Ma, nonostante tutto, nessuno mi è venuto incontro».

Una storia come tante, purtroppo, in una terra dove molto spesso prepotenza e arroganza prendono il sopravvento su chi, invece, opera nel pieno rispetto delle regole e della legalità. Pietro Di Costa, padre di quattro figli, chiede al presidente Napolitano di poter essere ascoltato, per una situazione che «solo apparentemente potrebbe sembrare privata ma che in effetti ha dei risvolti sociali piuttosto drammatici perché testimonia, ancora una volta, che in Calabria per gli onesti non c'è spazio. «Mi viene piuttosto difficile – scrive ancora Di Costa – spiegare ai miei figli che sono stato costretto a chiudere la mia attività per non cedere alle pressioni mafiose».

Continua...