« Riparte il Campionato di calcio della Nuova Tropea | Homepage | L’omaggio a Papa Benedetto XVI di Sodati e Celebrano »
16/10/2011
"Fuori dal Vaso": una faragula di Alfredo Vallone
In questa bellissima domenica di Ottobre una 'faragula' divertente e contestualmente molto significativa per i contenuti in essa contenuti, è quello che ci voleva per offrirmi un buongiono gradito e mettermi di buonumore sin dalle prime ore del mattino, cosa molto difficile da ottenere per uno che, come me, spesso se non sempre, "a notti a faci jornu" (per usare una locuzione cara a mia madre) e, quindi, conseguentemente, le prime 'battute' del giorno dopo sono quelle più difficili da affrontare, almeno sul piano del recupero veloce del "flusso di coscienza".
E' quanto Alfredo Vallone è riuscito ad ottenere, sicuramente a sua insaputa, stamattina, con la 'faragula' che da il titolo a questo post e che ritroverete dopo questa premessa.
Riprendono così i cicli di 'faragule' che un amico grande ha iniziato a publicare qualche anno fa su queste pagine e per il quale tutti noi, a circa un anno dalla sua prematura scomparsa, sentiamo forte la sua nostalgia e la sua assenza. Sto parlando di Guglielmo Lento, la cui collaborazione non è mai venuta meno e le cui meravigliose 'faragule' contenute in questo blog sono la testimonianza diretta e franca, nonché appassionata e generosa, di un tropeano illustre che come Ulisse non ha mai dimenticato la sua "Itaca". Sono felice e fiero al contempo che uno dei suoi nipoti più amati e più cari abbia voluto raccogliere il testimone deliziandoci delle sue 'faragule' e abbia seguito quanto l'amato Guglielmo gli aveva raccomandato in vita, ovvero di scrivere sul blog di "liciuzzu". Grazie Alfredo!
Fuori dal Vaso: di Alfredo Vallone
Non conviene mai “farla fuori dal vaso” perché se va bene una volta non significa che andrà bene sempre. Come la storia di Augusto dimostrerà, l’atto del farla fuori dal vaso a volte è irreversibile e addirittura può essere irreparabile.
Il Water nella terza classe della mia vecchia scuola di Tropea degli anni settanta, era troppo piccolo per poterlo centrare durante la minzione. Ogni “ maschio”, anche il più abile, frequentante la terza elementare, non aveva nemmeno una possibilità su un milione di evitare che, perlomeno una certa quota di urina, finisse sui bordi di quel barattolino.
L’unica via d’uscita per evitare il pericoloso strabordo veniva indicata dalle femmine. Assumendo la posizione seduta sul water, le signorine testimoniavano che era possibile evitare il pericoloso problema.
Ma quale uomo a 9 anni rinuncerebbe a uno dei principali attributi maschili, farla in piedi, appunto? Nessuno nella terza classe! Così, spericolatamente, si difendeva la propria condizione di maschio, facendola spesso fuori dal vaso.
Purtroppo l’eroismo di tale scelta imprudente poteva avere conseguenze penose. Nell’esercizio della propria funzione, diciamo così, educativa e di tutela del bene comune, in quel caso il vaso, la maestra era nelle condizioni di attuare provvedimenti disciplinari esemplari, anche se il vero timore del colpevole era il giudizio della pubblica opinione: l’intera classe. Lo stesso timore che avrebbe un adulto di comparire su tutti i giornali perché autore di comportamenti esecrabili.
In quegli anni gli “uomini” della terza classe non avevano avuto ancora il tempo di strutturare una efficiente autodifesa. Solo i più fortunati e smaliziati, i ripetenti di almeno due anni, riuscivano a resistere agli interrogatori senza confessare il fatto. Tutti gli altri, anche se coraggiosi, già alle prime battute del processo, confessavano, non osando nemmeno immaginare quelle che potevano essere le conseguenze di un proprio silenzio.
Fu così che arrivò in fretta il giorno in cui anche io la feci fuori dal vaso. L’idea di eliminare ogni traccia del reato con un po’ di carta non mi balenò per la testa. “Forse non se ne accorge nessuno” fu l’ipotesi che mi convinse ad uscire dal bagno e ritornare al mio banco.
Il tempo, la lezione e le mille cose che passano per la testa a un bambino di 9 anni, mi aiutarono a dimenticare ben presto l’accaduto, quando dopo alcune ore, la maestra tuonò: “ CHI L’HA FATTA FUORI DAL VASO?, UNA FEMMINA NON E’ STATA, CHI DEI MASCHI?”. Alla maestra sarebbe bastato osservare i mille colori della mia faccia per trovare il colpevole, ma attese, senza guardare, la vocina del reo confesso che da lì a poco avrebbe rotto il silenzio tombale della classe. Mi apprestavo così, rassegnato al mio triste destino, ad aprire bocca quando si sentì la voce di Augusto. Augusto era un bambino magrolino, un po’ curvo, con lunghe mani ossute e impacciato nei movimenti. A scuola stentava ma la cosa che credo lo turbasse di più era la sua balbuzie irrefrenabile. “Sssssono staato iiiio mmaestra” disse. In attimi del genere il nostro cervello ci meraviglia per la sua velocità nel macinare pensieri. Si mescolava dentro di me il senso di liberazione per lo scampato pericolo, al senso di colpa per far pagare a un innocente le mie colpe e al tempo stesso la presa di coscienza che se c’era stata una confessione, evidentemente anche lui l’aveva fatta fuori dal vaso. Pensavo tra me: “ma come ha fatto a non accorgersi che il water era già stato profanato”, e allo stesso tempo “ forse anche quando sono andato io, il water era già sporco”. Tutto pensai tranne alla possibilità che tutti la facessero fuori ma senza riconoscerlo. Non facciamo così anche da adulti a volte?
Ad ogni modo, il senso di colpa fu il sentimento che dentro di me prese il sopravvento e ci rimase per molto, molto tempo.
Augusto forse oggi penserà che sia meglio non farla fuori dal vaso, ammesso che abbia imparato la lezione! Di sicuro ha avuto più possibilità di un bambino dei nostri tempi di trovarsi a dover risolvere problemi, nel gioco, nelle relazioni con gli altri bambini e con gli adulti , da solo senza la mediazione o l’interferenza degli adulti. Come la maggior parte dei bambini di allora aveva tempo per se, tempo libero da impegni, tempo di giocare all’aria aperta.
I ragazzi di generazioni precedenti, erano più autonomi. Per loro, autogestirsi era più facile, più naturale, perché probabilmente era per loro più abituale, più familiare.
Perché oggi non è così? Non è difficile per nessuno constatare che la giornata tipo della stragrande maggioranza dei bambini - ragazzi oggi, è stracolma di impegni e, quasi per intero, è presidiata dall’adulto, a scuola, nello sport e nelle attività formative o ludiche. Lo spazio che rimane all’autonomia nel gestire il gioco tra pari e da soli è minimo, ne consegue una certa fatica a cavarsela da se o a inventarsi, creativamente, un gioco non convenzionale. Paradossalmente negli spazi in cui invece la presenza dell’adulto sarebbe auspicabile, nel dialogo, nelle disponibilità all’ascolto, nella relazione educativa familiare e nel tempo libero, l’adulto stesso tende ad eclissarsi.
Eppure non è difficile stimare la ricaduta positiva che un buon livello di autonomia può avere, per la crescita della persona a livello valoriale, rispetto all’essere cittadino responsabile, rispetto alle relazioni con gli altri e con se stessi. Chi è autonomo avrà più possibilità di costruirsi una personalità libera e nella verità.
In questa prospettiva, i ragazzi di generazioni precedenti hanno potuto esercitare i loro sacrosanti diritti, gli stessi, oggi negati, elencati nel “Manifesto diritti naturali di bimbi e bimbe” da Gianfranco Zavalloni, dirigente scolastico e scout. Il manifesto richiama fortemente, nei valori di riferimento e negli strumenti educativi, l’autonomia, l’ autodeterminarsi e amministrarsi liberamente senza l’intervento di alcuno, sia pure nell’ambito di regole chiare e legittime . Secondo alcuni la categoria più sfruttata, dal punto di vista lavorativo, è quella dei bambini: giornata lavorativa mediamente di 10 ore, nessuna possibilità di concertazione e di rappresentanza sindacale, salario scarso.
Evitare di farla fuori dal vaso non è poi una cosa tanto facile. Bisogna imparare da piccoli a sapersela cavare da se, evitando di cacciarsi nei guai. Ma noi, genitori, educatori, insegnanti, diamo la possibilità ai bambini di sperimentare quella che possiamo definire autonomia? Non sarebbe meglio fargliela fare fuori dal vaso ogni tanto?
Alfredo Vallone
Gruppo Scout AGESCI Tropea
Manifesto diritti naturali di bimbi e bimbe” (Gianfranco Zavalloni)
- IL DIRITTO A SPORCARSI: a giocare con la sabbia, la terra, l'erba, le foglie, l'acqua, i sassi, i rametti;
- IL DIRITTO ALL'OZIO: a vivere momenti di tempo non programmato dagli adulti;
- IL DIRITTO AGLI ODORI: a percepire il gusto degli odori, riconoscere i profumi offerti dalla natura;
- IL DIRITTO AL DIALOGO: ad ascoltatore e poter prendere la parola, interloquire e dialogare;
- IL DIRITTO ALL'USO DELLE MANI: a piantare chiodi, segare e raspare legni, scartavetrare, incollare, plasmare la creta, legare corde,accendere un fuoco;
- IL DIRITTO AD UN BUON INIZIO: a mangiare cibi sani fin dalla nascita, bere acqua pulita e respirare aria pura;
- IL DIRITTO ALLA STRADA: a giocare in piazza liberamente, a camminare per le strade;
- IL DIRITTO AL SELVAGGIO: a costruire un rifugio-gioco nei boschetti, ad avere canneti in cui nascondersi, alberi su cui arrampicarsi;
- IL DIRITTO AL SILENZIO: ad ascoltare il soffio del vento, il canto degli uccelli, il gorgogliare dell'acqua;
- IL DIRITTO ALLE SFUMATURE: a vedere il sorgere del sole e il suo tramonto, ad ammirare, nella notte, la luna e le stelle.
11:28 Scritto da: lucioruffa (Webmaster) in Diari | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: alfredo vallone, faragule, racconti della memoria, manifesto dei diritti naturali dei bambini, gianfranco zavalloni | OKNOtizie |
|
Facebook | |































I commenti sono chiusi