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02/05/2010

El olor del puerco ovvero l'odore del porco: una 'faragula' di F.G.Lento

1807607250.jpgQuando il cammino già percorso, quello che abbiamo alle spalle, è maggiore di quello che dobbiamo ancora effettuare, è normale riandare all'indietro, ripensare a gioia e dolori già provati.

Succede così anche per il percorso più accidentato e difficile, quello della nostra vita.

Normale, quindi, che i flashs che mi ritornano in mente, in questo periodo, siano: mia sorella grande ed io che giochiamo con i cuccioli dei cani che stavano a balia dalla nostra cagna Gemma, massivamente  infestati dai vermi, ed i  dolci pomeriggi di primavera in cui l'aria era pervasa dal profumo di zagare che proveniva dal sottostante giardino.

La vista era consentita da una finestra, posta nella stanza destinata a soggiorno,adiacente la porta d'accesso alla cucina-bagno.

Al  centro del giardino troneggiava un enorme albero di arancio.


E per fortuna, mi verrebbe da dire, a qualche anima bella era venuta l'idea di piantare quell'albero.

Probabilmente, potrei dire certamente, l'evento risaliva a tanti anni prima, l'albero mostrava i suoi molti anni. Certamente l'atto era stato dettato da motivi utilitaristici, qualcuno lo aveva piantato pensando ai frutti che poi ne avrebbe potuto ricavare.

Non eravamo noi che usufruivamo dei frutti. Ci veniva riservata, però, la consolazione, non da poco, del tutto estetica, di godere del profumo delle zagare. Oltre a sollecitare piacevolmente il nostro organo dell'olfatto, questo profumo serviva, anche, da deodorante ed era indispensabile per mascherare l'altro odore, quello acre ed asfissiante che esalavano le deiezioni del porco, custodito nel 'baglio' posto nello stesso giardino dell'arancio.

Due, quindi, erano i prodotti del giardino: arance e derivati commestibili della carne del porco, di cui, mi avevano insegnato, non si butta nulla; la cosiddetta economia del porco.

In estrema sintesi, quindi, i prodotti dell'albero venivano inegualmente divisi tra proprietario ed affittuari dell'appartamento sovrastante. Le arance andavano a chi coltivava il terreno ed il profumo agli inquilini. Penso fosse giusto così. Del resto noi ne godevamo senza aver versato nemmeno una goccia di sudore.

Non nella stessa maniera egualitaria avveniva la divisione dei prodotti del porco. Per quanto riguarda questi ultimi i vantaggi erano solo per il proprietario del fondo e per i grossi topi di fogna che, numerosissimi, frequentavano il sito.

Gli svantaggi erano solamente nostri, di noi che risiedevamo nel sovrastante appartamento. Al proprietario erano destinati i frutti; lui, da solo, li consumava.

Era solo lui che si nutriva dei saporitissimi prodotti dell'immondo animale: salsicce, salumi, costolette. I grossi topi di fogna si nutrivano dei rifiuti del porco, comportandosi, quindi, da perfetti simbionti.

In ultima analisi, quindi, a noi solo la puzza. Anche se, per fortuna, la fragranza dei fiori dell'arancio sistemava tutto e rendeva meno irrespirabile l'aria.

Tutto questo si svolgeva alla fine degli anni quaranta, nell'immediato dopoguerra, negli anni in cui, in Italia, da poco eravamo passati al regime del libero mercato, senza però avere completamente dimenticato il razionamento e le tessere annonarie.

Circa mezzo secolo di distanza da quegli avvenimenti erano stati sufficienti a farmi dimenticare l'abitudine della presenza di animali domestici negli agglomerati urbani.

Da giovane medico, svolgendo anche le funzioni di ufficiale sanitario, avevo pure emesso e fatto eseguire ordinanze di sgombero di animali, perché la loro permanenza nell'abitato rappresentava un grave pregiudizio per l' igiene pubblica. Del resto erano pure finite quelle emergenze che potevano giustificare quella innaturale convivenza.

I nostri negozi e supermercati erano stracolmi di merce.

Un grande dirigente Comunista Italiano, Giorgio Amendola, bene interpretava lo spirito dei tempi dicendo che mai come in quell'epoca gli Italiani avevano consumato tanta carne.

Grande fu, quindi, la mia meraviglia giungendo a Cuba.

La nazione era soffocata economicamente dal duro embargo. Gli effetti si notavano, subito, a vista d'occhio.

Certamente in maniera massiccia ne risentivano i residenti ed il loro apparato digerente. Dovevano fare i conti, come gli italiani del dopoguerra, con le restrizioni codificate dalla tessera annonaria, che là si chiamava  'libreta'. Si verificavano gli stessi episodi di cui ero stato testimone da bambino.

Rividi le stesse figure sociali e gli stessi mestieri che si inventano in presenza di massicce restrizioni alimentari che contrastano con le ineludibili richieste dettate  dalla fame, i borsari neri.

Solo da loro, in moneta forte, si riusciva a trovare tutto. Erano i parenti di quelli che noi chiamavamo anche intrallazzisti. Il mercato ufficiale, i pilastri del quale erano botega e libreta, era totalmente sfornito di molti generi. Loro se li procuravano, avrebbero speculato, successivamente, al momento della vendita illegale.

Queste transazioni avvenivano in cambio di 'divisa', dollari americani, il cui cambio era di uno a diciotto pesos.

Non tutti, però, erano in grado di procurarsi quello che familiarmente veniva chiamato 'el dollarito' o divisa.

Solo in pochi erano in grado di procurarsi questa chiave che apriva quasi tutte le porte. Erano quelli che avevano parenti generosi a Miami, il mondo colorito che viveva nel giro del turismo, jeneteras e jeneteros, ed un numero limitato di altri, ancora.

E chi non apparteneva alle categorie  privilegiate?

Se si intendeva mangiare, qualche volta, in maniera decente, se si aveva intenzione di procurarsi un apporto proteico che non derivasse dalla distribuzione sociale,  (piccadillo de soya e indistinta ed indistinguibile  " masa carnica " ), per forza di cose ci si doveva arrangiare.

La nonna di Inti , mamma di Giovanni Paolo, un economista che per vivere faceva il tassista abusivo, che durante il nostro soggiorno nell'isola era il nostro maggiordomo tuttofare, aveva trasformato il suo giardino in un vero e proprio zoo .Ne era orgogliosa e lo mostrava, soddisfatta , a tutti quelli che avevano la ventura di andare a casa sua . Anche a me ed ai miei amici lo mostrò in un pomeriggio di Domenica , in cui fui invitato a pranzo a casa loro .

Il pranzo era un atto di omaggio e gratitudine che mi rendeva.Si era sparsa la voce che ero dermatologo,nell'isola non esistono segreti, mi aveva consultato. Era ammalata di una fastidiosa affezione cutanea che non guariva anche perché , a Cuba , oltre al cibo mancano anche i farmaci. Pure per l'acquisto di questi ultimi ci si deve rivolgere al mercato parallelo che non sempre è in grado di dare risposte adeguate .Avevo fornito consulenza e farmaci.Risolto il problema aveva voluto dimostrare la sua gratitudine invitandomi a pranzo,ma,l'invito aveva causato un piccolo incidente diplomatico .

Avevano invitato solo me ed i miei tre amici. Non avevano esteso l'invito alle loro novias,le fidanzatine locali,sorta di gheishe,sicuramente non prostitute, quelle che vengono chiamate jineteras,cavallerizze.

La prendemmo male, ritenendo avessero considerato le  accompagnatrici dei miei amici italiani solo loro compagne di letto, , non invitabili , quindi.

Di conseguenza,noi,per dimostrarci cavalieri fino in fondo,avevamo accampato una scusa per declinare l'invito.

Saputolo,con molta grazia,fecero più di un passo indietro e ci ospitarono molto amichevolmente  ed alla grande .

La padrona di casa, donna in gamba ed attiva nonostante le numerose primavere,orgogliosa, ci mostrò i tesori suoi .

Un  vecchio pianoforte  a coda, mezzo rotto e stonato; un ritratto ad olio del Che; il marito , Amaral , semirincoglionito e , forse , quando era in attività , membro della polizia segreta  ; la giovane negra che diceva aver adottato per solidarietà, mentre, in effetti, si era procurata una serva a costo zero ; il giardino dove erano piantate una gran quantità di alberi di cocco. In una noce, colta da quell'albero, tutti assieme bevemmo il liquido contenuto con aggiunta di Rum. Per far questo usammo un'unica cannuccia di vetro , fu come fumare il calumet,che definitivamente chiuse l'incidente diplomatico. Pezzo forte gli animali di casa : Porco e troia , capra con capretti e numerose galline . Questi animali erano la personale  " masa carnica " della donna , il giardino la sua personale  " libreta " da cui attingere carne e latte .

La puzza era insopportabile. Non era attenuata , come succedeva da me, da ragazzo, nemmeno dagli alberi di arancio, in quel periodo senza fiori, né dal cocco che credo non fiorisce mai o che, comunque, non ha fiori profumati, che io sappia.

I vicini non credo protestassero. Sapevano che le loro proteste sarebbero state inutili. Amaral, benché rincoglionito era sempre un membro del partito ed ex polizia segreta .

In un altra notte, invece, feci i miei soliti viaggi all'indietro, ripercorsi i sentieri della memoria. Seduto su una sdraio sotto un ombrellone réclame di una birra a contenuto alcolico 12° di nome lucertola (Langarto), gli amici, una bella compagnia, inebriato dal Cuba libre, ero proprio in Paradiso.

Credetti, veramente, di essere in Paradiso.

Attribuivo ai miei sensi alterati la sensazione di essere ritornato bambino, a Tropea.

Perché questo?

Ero stato, di nuovo, colpito dall'odore del porco. Questa volta, però, non veniva attenuato dal profumo di zagara.

Non so come proseguì la notte, non ho un ricordo nitido.

Al risveglio, comunque, mi rimaneva della nottata precedente: la sensazione olfattiva della puzza del porco che si era come strutturata nel mio cervello.

Bisognava verificare se si trattasse di fantasia o realtà.

Se era fantasia, giuravo, non avrei mai più ingerito bevande a base di Rum.

Sì dovevo verificare. Per farlo mi rivolsi alla padrona di casa.

"Ana, scusa, questa notte ho sentito un odore particolare. Di cosa si tratta?"

"Me desculpa Guillermo, es l'olor del puerco, me pongo mal. No puedo hacer nada. Es el puerco del vecino. Esta loco. No se puede hacer nada" (1)

Avevo, veramente, capito tutto.

A Cuba, paese surreale, gli animali fornitori di carne ed i pazzi godono di assoluta libertà.

Meglio così.

(1) Scusami, Guglielmo, è la puzza del maiale, ci resto male. Non posso fare   niente. E' il maiale del vicino. E' pazzo. Non si può fare niente...

Leggete gli altri racconti del diario di F.G.Lento premendo qui

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Commenti

...Il porco, detto anche "maiale", in quanto nella mitologia greco-romana offerto in sacrificio alla dea Maia, madre di Mercurio (così lo nobilitiamo un po'...), animale impuro ed immondo per gli islamici ma che si accompagna però ad un santo cattolico..., nel corso della sua lunga e travagliata esistenza zoo-storica ne ha viste e subite di tutti i colori... fisicamente e moralmente...Ma, ma...di fronte ad un Culatello di Zibello o ad un prosciutto di San Daniele..., per tacer della nostra beneamata 'Nduja di Spilinga..., sfido chiunque a ricordarsi del suo sgradevole odore da vivo, nonchè delle sue repellenti abitudini igienico-sessual-alimentari...Porco o maiale, quindi, caro Guglielmo, come metafora di quasi tutto nella vita...Nel senso che ciò che repelle può poi attrarre...ma anche viceversa... o no???Un abbraccio affettuoso.

Scritto da: Umberto Donato | 02/05/2010

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come sempre cogli il senso profondo....non ne ho mai dubitato e ne ho bisogno,sicuro che continuerai un abbraccio affettuoso

Scritto da: guglielmo da tropea | 02/05/2010

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