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23/03/2010
Viva Gesù, Giuseppe e Maria.....
Viva Gesù......Giuseppe........e Maria
Oramai, passati i sessanta, avvicinandomi a grandi passi ai settanta, mi ritrovo ad usare espressioni e modi di dire che erano tipici di mio padre.
"Vidimu quando finisci sta cagghia d'estati. Non si 'ndi po' cchiù du cauddu. Quandu arriva u 'mbernu" .
Questo nel mese di settembre..ottobre, perché fino a quel periodo si prolungava la lunga estate tropeana.
"Ndi stamu congelando. Mai arriva l'estati?" ....Se al contrario eravamo a febbraio o marzo inoltrato...
S'intende vivendo, sempre, all'altezza del meridiano di Tropea.
Ed oggi, 19 Marzo, festa del Patriarca San Giuseppe, mentre mi trovo a Palermo aspettando che arrivi a tenere compagnia a mia nipote Chiara una bella sorellina, come don Giovanni mi sono ascoltato pronunciare la frase: "Pari ca u 'mbernu finiu" .
E sì, oggi è proprio una bella giornata di sole, fredda, ma soleggiata.
Clima asciutto, cielo limpido e senza nuvole, mare calmo.
Tipica giornata da San Giuseppe, fra due giorni primavera; fra due mesi,nipoti permettendo, andremo al mare.
La giornata dedicata a San Giuseppe è una giornata importante.
Si festeggia il padre, benché putativo, di Gesù.
Si festeggiano i padri.
Stamattina ho ricevuto gli auguri dai figli.
La grande da Palermo,dove siamo in attesa, la piccola chiamandomi da Gela, la nuora persiana da Genova, mio figlio Vincenzo da Roma prima di partire per la Tailandia.
Ma anche altri avvenimenti sono collegati alla festività del Santo falegname.
Il pranzo di San Giuseppe a Tropea.
Le cene di San Giuseppe a Gela.
Avvenimenti calabresi, come ben sanno i miei cari amici di "Tropea per amore", e siciliani come i miei altrettanto cari amici di "Fascio...e martello" con i quali sono abituati a dividere, compatire:gioie, dolori, ricordi.
Non intendo interrompere questa tradizione che consiste nel raccontare il mio vissuto, delle piccole faragule.
A Tropea, in Largo Mercato, adiacente alla Chiesa di Santa Caterina, retta ai tempi da don Pugliese, ottimo sacerdote ed egregio latinista che spezzava il pane della scienza, aiutandosi anche con un nodoso bastoncino di bambù (finocchietto), si trovava, si trova tutt'ora la chiesa dedicata a San Giuseppe. "Venite seorsum et requiescite pusillum".
Vi si accede con una scala, chiusa all'esterno da una cancellata, che conduce ad una loggia.
Qui, su questa loggia, veniva, ai tempi, allestita, ora non so, la tavola del pranzo di san Giuseppe.
I commensali, la sacra famiglia, San Giuseppi a Madonna e u Bambineju.
Sedevano al tavolo dove venivano servite da pie donne.
Il menù, invariabilmente era costituito da riso e ceci (Ciciri cu risu) e dal bignè tipico tropeano (u Sciù) che allora, come adesso, veniva artigianalmente preparato con maestria, secondo regole tramandate da generazioni, dalla famiglia Filardi che gestisce il bar sottostante la loggia della Chiesa.
Gli invitati, ai miei tempi, erano Esterina nel ruolo della Madonna.
Esterina era una povera donna, che si arrangiava svolgendo mille mestieri, compreso l'affitto delle sedie per le funzioni della Cattedrale, per poter campare i suoi due figli.
Il ruolo di San Giuseppe era interpretato da Peppareu Bomporti.
Mezzo filosofo e mezzo guru, con una magnifica barba, si riparava dal freddo indossando molti cappelli, uno impilato sull'altro.
Più aumentava il freddo e maggiore era il numero dei cappelli.
Il ruolo del Bambino Gesù era destinato a Bombuleu, un giovane senza età, con un testone enorme, sofferente di idrocefalia.
Questa la povera festa in onore del papà, benché putativo, di Gesù.
Diversa la musica a Gela.
Intanto non c'è un solo pranzo sul loggiato di una Chiesa, ma tanti pranzi, vengono chiamate cene.
Vengono approntate dalle famiglie che hanno fatto un voto, promesso che se si fosse verificato un dato evento (guarigione, superamento di un concorso, riappacificazione di familiari....) si sarebbe provveduto ad allestire ed offrire una cena.
La preparazione della cena, solitamente, inizia molti mesi prima della data canonica (San Giuseppe), quasi sempre subito dopo Natale.
La cifra necessaria ad allestire una cena standard è, sempre, elevatissima.
Ai tempi della lira erano necessari alcuni milioni.
Il voto era comprensivo, anche, dell'aggiuntivo di "spacciarsi", cioè di subire l'umiliazione di bussare a diverse porte per chiedere, come elemosina, un contributo economico.
Successivamente si provvedeva ad apparecchiare il locale del cenacolo, usufruendo molto spesso dell'opera di esperti carpentieri che avrebbero allestito le necessarie scaffalature adeguate a contenere tutto il ben di Dio necessario ad una manifestazione degna.
Non ci sono parole adeguate per descrivere tutto ciò che fa parte dell'addobbo e delle varie vettovaglie.
C'è di tutto comprese tutte le primizie reperibili sul mercato, anche estero, quintali di pasta, decine di chili di pane, zucchero, caffè, svariati tipi di dolci, quantità enormi di liquori ed altro.
La sacra famiglia comprende un vecchio povero rivestito da un candido camicione con in testa una corona di fiori ed in mano la mazza fiorita, da una bimba adolescente nel ruolo della Madonna, e da un piccolo bimbo nelle vesti del Bambino Gesù.
La mattina, le varie famiglie, vengono benedette nella chiesa di Sant'Agostino dei Padri Domenicani.
Successivamente ogni equipe si dirige al cenacolo della famiglia che li ha ingaggiati.
Bussa alla porta per tre volte.
Solo alla terza volta viene aperto al grido di: "Viva Gesù,Giuseppe e Maria".
Solo allora la Sacra Famiglia viene fatta entrare ed accomodare al tavolo dove è obbligata ad assaggiare di tutto il cibo presente.
Successivamente, tutto il ben di Dio, equamente diviso, sarà trasportato alle case dei santi con funzionali moto Ape, le famose Lape.
Questi aiuti alimentari consentiranno, alle sante famiglie, spesso viventi in condizioni di indigenza, di sopravvivere, sempre ringraziando Gesù Giuseppe e Maria.
Un anno, era il sedici di marzo, un paziente ricoverato nel reparto di Malattie infettive, dove io ero primario ,mi chiese un permesso di tre giorni.
Alla mia richiesta di spiegazioni.
"Mi capitau i fari San Giuseppi"
Come avrei potuto rifiutare, impedire al poveruomo di godere dell'inattesa fortuna.
Acconsentii, concessi.
Purtroppo lo vidi ritornare il 18, con le pive nel sacco.
"Come mai?" chiesi stupito.
"'Nga Duttù, sappiru ca era nfettivu, non mi vosiru."
Vittima della miseria, ma anche del pregiudizio che nemmeno San Giuseppe era riuscito a far superare.
23:07 Scritto da: lucioruffa (Webmaster) in Il diario di F. Guglielmo Lento | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: federico gugliemlmo lento, fiabe calabresi, faraguli tropeane, festa di san giuseppe a tropea, mensa per i poveri a san giuseppe tropea, fiaba per la festa di san giuseppe, san giuseppe a gela | OKNOtizie |
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