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29/11/2009

L'ERBA I MARI, ovvero le alghe del Mare, poesia della memoria di Guglielmo Lento.

1807607250.jpgTropea non mi ha dato i natali, sono nato, anche allora per caso, a Filadelfia, storico comune delle Serre Vibonesi. In tenerissima età, io avevo solo pochi mesi, ci trasferimmo a Tropea andando ad abitare in vico Manco, in pieno centro storico, a pochi passi dalla Cattedrale. L'appartamento era situato al secondo piano  di un palazzetto che una buona signorina filantropa aveva  lasciato in eredità all'ospizio dei vecchi, intitolato ad uno  degli ultimi discendenti di San Tommaso d'Aquino, il Barone Francesco.


Al buon Abbate Ciccio Baldanza, Canonico della Cattedrale, che amorevolmente l'aveva assistita, la signorina era cieca, ne aveva testamentariamente lasciato  l'usufrutto.

Il canonico,  mite buono e caritatevole, aveva un solo piccolo vizio, era fedele seguace di Bacco, amava molto la bottiglia.

Quando esagerava un po si appelesava in lui di una vena canora.

Cantava, la sera, il buon sacerdote, dopo aver più e più volte baciato la  bottiglia.  Dall'intensità e durata del canto, con semplice  formula matematica, con estrema precisione, si poteva risalire alla  quantità di alcool ingerita dal canonico.

Il palazzetto era costituito da un pianterreno, dove abitava la famiglia dei sagrestani, i sequenzia, il primo piano, destinato a suo alloggio, ed il secondo piano, dove ci eravamo sistemati noi, non appena trasferiti a Tropea.

Dopo pochi anni di residenza, tenuto conto della svalutazione del dopoguerra e del mancato incremento del canone, eravamo arrivati a corrispondere un canone quasi simbolico.

Ero l'incaricato di questa funzione, ogni mese venivo mandato a portargli la misera cifra. Il rituale, sempre lo stesso, si ripeteva, senza apprezzabili variazioni, ogni mese.

Preso il denaro, ed inforcati gli  occhiali da presbite, raggiungeva la scrivania, si sedeva e  compilava  la ricevuta.  Al pian terreno oltre all'alloggio del sacrestano cui si accedeva dalla strada, dentro il portone padronale, vi era la buia e ben fornita cantina dell'abate. C'era anche una nicchia chiusa da una porticina che nascondeva una fontanella che dava acqua anche quando la  pressione insufficiente non le consentiva di farla giungere fino ai piani più alti.

Questo era un altro dei miei compiti, là andavo a rifornirmi del  "prezioso liquido" per poi trasportarlo fino su a casa.

Il tragitto consisteva in una rampa di scale lunga e ripida, una breve rampa, un'altra rampa di  scale più ripida della prima che terminava in un ballatoio dove si  aprivano le due porte che davano accesso all'appartamento  che noi occupavamo.

A metà della prima rampa, sul muro,  si apriva una  porticina, sempre rigorosamente chiusa a chiave.

Io benchè la curiosità fosse forte, mai riuscii ad esplorarla.

Si diceva che l'antico proprietario, nonno della signorina  filantropa e pianista, estroso della sua, vi seppellisse i  gatti.

Ogni giorno accostavo l'orecchio alla porta, la  suggestione era tanta che molte volte mi illudevo di sentire il miagolio  flebile emesso dalle anime dei defunti felini.

In questa casa nacque mia sorella Bice.

Nel dedalo di  stradine del quartiere trascorsi l'infanzia.

Qua crebbi.

A questi luoghi fisici, a queste vineje, sono legati dei ricordi  incancellabili.

Ci accorgevamo che veniva primavera dal volo delle rondini che numerosissime sciamavano nel terso cielo.

Le nostre notti invernali erano  cullate, avevano come colonna musicale, l'ululare  spaventoso del vento  di tramontana che si insinuava tra i vicoli.

Lo scroscio della pioggia si organizzava in rivoli che si incanlavano nell'alveo delle tegole.

"Aju na mandra i pecuri  russi, quandu piscianu, piscianu tutti".

Era l'indovinello che ci proponevano da bambini e le tegole, "ciaramiti" in  tropeano, la risposta da dare.

In queste stradine e piazzette si svolgevano i nostri  giochi di bambini.

Giochi semplici.

Non richiedevano  grossi mezzi per essere effettuati.

Con una pietra di  gesso, che da tutti i muri si poteva staccare, disegnavamo per  terra il tracciato del gioco da noi chiamato "A tringa", che in altre parti  d'Italia è chiamato gioco della campana.

"O surici" giocavamo i maschietti, la lippa tradotto nella lingua "dove dolce il sì suona". La sera tutti  seduti su scalini o su sedie, portate fuori dalle case  terranee,  ci riunivamo, vecchi e giovani, per ascoltare le storielle o sciogliere l'arcano degli indovinelli.

Nel mese di maggio,invece, nello stesso luogo e seduti sulle stesse sedie,recitavamo il rosario, di fonte a "cresiolea" del quartiere,dedicata a Maria.

Un altro gioco, invece, mi venne in mente di fare, in un caldo  pomeriggio d'estate, il gioco a cui pensavo giocassero i grandi, il  gioco che da grande mi sarebbe piaciuto di più.  Non che  sapessi di che si trattava o ne avessi sentito parlare.

Come idea innata era presente nella mia mente, e faceva a cazzotti con tutte le sovrastrutture lì presenti e che lì  sarebbero rimaste per lungo tempo ancora, la befana la  cicogna e la Madonna che buttava caramelle dall'alto.

Non ero andato a dormire in quel caldo pomeriggio d'agosto, cercavo refrigerio nella fresca ombra dei vicoli e giocavo con "l'erba i mari" che avevo raccolto la mattina e portato su in paese, chiusa in un boccaccio di vetro a vite, stava immersa dentro dell'acqua di mare.

Con questo tesoro in mano mi  pavoneggiavo, non so con chi perché ero solo ero, e fantasticavo al mio solito.

Da questi sogni mi distrasse una bimba, puttanella all'età di otto anni con già impresse le stimmate del puttanone che  sarebbe diventato dai venti in poi.

Mi si avvicinò chiedendomi di regalarle un po' di erba di mare, voleva sentirne il  profumo.

Non andando a mare, si sarebbe accontentata di  questo surrogato.

Io non ero tanto disposto a cederle, senza ricompensa, il mio bene.

Lei con una voce che mi entrò nel cervello e mi rimescolò tutto il sangue e scese  fino alle parti intime :

"Dammilla che ti fazzu chiu chi  boi".

"Ma fari vidiri comu abballi".

Io non ho amato mai il ballo, non ho mai imparato a  ballare.

Come mai mi venne in mente quella pensata?

Forse speravo che, nell'agitazione del ballo, si sarebbe  sollevata la gonnellina ed avrei potuto vedere la sua nascosta intimità.

Non ebbe alcuna esitazione: "Trasimu dintra o portuni toi, ca abballu".

Entrati  nel portone,  chiusa la porta, ci infilammo vicino alla  cantina  dell'abate.

Là giunti lei, sempre maliziosamente guardandomi fisso nelle palle degli occhi e facendomi abbondantemente sudare e rimanere senza saliva in  bocca, iniziò a tirarsi su le gonne .

Bagascia lo faceva con  stile da spogliarellista.

"cchiù subba".

Continuavo io a  dire e lei ad eseguire, sempre più lasciva. Quando arrivò al più su, che più su non si può, ed io già con occhi fuori dalle  orbite guardavo i peluzzi biondi della sua intimità a me svelata (non era abituata a portare le mutande) sentimmo aprire il portone ed entrare  la Pia Rosa a 'NNea, ospite fissa a casa mia e "vizzoca".

Giù la gonna, la bimba scappa via.

A me, per la sorpresa non  gradita, cade giù il vaso con l'erba di mare dentro.

Rosa va subito a riferire a mia madre che, per la prima volta, ma ci sarebbero state tante altre volte ancora, mi paragona al gatto ed a suo cugino  Alessio, per lei il massimo della depravazione.

Frustrato e deluso mi rifugio a letto e penso al mistero che mi è stato svelato in questo torrido meriggio d'agosto.

Lei, la bimba, più pratica, pensa di aver sprecato un'ulteriore occasione, si è concessa senza ricavarne beneficio alcuno.

Dello stesso autore

Il diario di federico Guglielmo Lento.

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Commenti

..."La Ninfa Plebea" di Domenico Rea, Premio Strega, nel '93...mi pare...Quella è l'atmosfera che tu, Guglielmo, mi hai fatto respirare ancora nelle tue impuberi rimembranze...Bravissimo...

Scritto da : Umberto Donato | 29/11/2009

che dirti,caro Umberto,il cervello mi detterebbe:"Non sum dignus" il cuore:"Grazie,è l'amicizia,forse,che ti fa dire questo. Ti voglio bene"

Scritto da : Guglielmo | 29/11/2009

Ill ssimo Senatore per caso ,come lei ama definirsi,sentendo molto spesso il suo nome e non avendo la possibilità di conoscerla di persona, ma la seguo con molto interesse su tropea per amore, vorrei sapere cosa ne pensa sulla candidatura che viene proposta da molti cittadini Tropeani,in contrapposizione a suo cognato Prof Vallone.
Certo di un suo giudizio non di parte
Cordiali saluti.

Scritto da : pasquale | 10/01/2010

Evidentemente........... A "CARNI" s'arrusti e non si mangia.
antico ma esaustivo detto popolare.

Scritto da : pasquale | 29/01/2010

non posso credere che una persona come lei evidenziata nei personaggi illustri della mia città,anche se di questo suo ingresso si è fatto carico il suo nuovo e riscoperto "AMICO" Lucio Ruffa,possa sottrarsi ad una domanda così semplice come quella posta da me.
Come mi vene difficile pensare che lei non visita questo sito.
Saluti
Pasquale

Scritto da : pasquale | 31/01/2010

NDR....Guglielmo visita questo sito e ne è il co-autore insieme ad altri amici veri, senza virgolette, che partecipano positivamente alla buona riuscita di questo progetto. Evidentemente non ritiene di doverle rispondere per una serie di motivi. Uno su tutti la sua assoluta ignoranza nell'aver trascurato di indicare nella sua domanda senza punto interrogativo, il candidato opposto a Gaetano Vallone. Lo indichi perché non si è capito. Chi sarebbe? La Napoli? ...fuori gioco; il prof. De Luca? ...fuori gioco....Michelle Accorinti? ...solo intenzioni di candidatura ancora non c'è ufficilamente...altri sindaci al momento non c'è ne sono...se poi si riferisce a Francesco Arena, il suo è un movimento al quale tutti vorrebbero attingere ma nessuno sinora c'è riuscito. Se è lui il sindaco a cui si riferisce dirò io stesso a Gugliemlo di prestare attenzione e dare risposta....
Inserisca la domanda completamnete se vuole la risposta ed impari la corretta pratica dello stare in una commuty web: inserisca il suo nome e cognome così vedrà che le sie continue insinuzaioni, il suo continuo insistere, la sua continua voglia di mettersi in evidenza, avranno almeno una possibilità di riuscita...così facendo, continua a fare la "pulce" stupida di un retropensiero che non ha pagato sinora e che non pagherà mai da qui a quando chi scrive vivrà a Tropea. Si rassegni al ruolo di pulce e di comprimario per i prossimi 40 anni. Abbiamo individuato chi è Lei già da tempo e abbiamo individuato il suo gruppetto. Rassegnatevi....andate a giocare a bocce o a carte....lì avrete di sicuro un futuro.....bye bye chilafalaspetti....

Scritto da : lucioruffa | 31/01/2010

Ma come è possibile, che a qualsiasi domanda trovo sempre un lucio ruffa detentore della verità'?
Oltre ad essere il futuro vicesindaco del prof sei anche il segretario del senatore percaso?

Sei sempre nel blog che io curo, insieme ad amici che si sono affezionati ad esso..e le tue costanti provocazioni non pagano....impara a porre meglio le domande se vuoi aspettarti le risposte...io ti ho semplicemente aiutato senza verità in tasca ma vigile ed attento che quelli come te non siano di disturbo né al mio blog, né alla città, né alla futura azione amministrativa.....ti ho scoperto mascherina.....adesso è l'ora del silenzio e dei fatti...per Tropea e per i tuoi e i miei figli.....Lucio Ruffa

Scritto da : pasquale | 31/01/2010

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