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27/11/2009
L'ASILO DELLE SUORE DI CARITÀ.
Tutte le mie storie credo abbiano il sapore delle favole e, come le favole, incomincianciano. Con il classico: c'era una volta. Quella di oggi ha inizio una volta ormai molto lontana nel tempo, la metà degli anni quaranta. Con questo incipit inizierò a raccontarvi la favola odierna. C'era una volta, a Tropea, l'asilo delle Suore di Carità di Santa Giovanna Antida.
Le brave suore svolgevano, realmente, la funzione sussidiaria di educatrici. I bambini di Tropea, quelli che non andavano all'asilo comunale, lo frequentavamo.
Non vi erano, ai tempi strutture pubbliche che si sarebbero chiamate pretenziosamente: Scuole dell'Infanzia.
Si continuava poi,molti lo facevamo,a frequentare,nello stesso istituto, le elementari fino alla preparazione agli esami di ammissione alle Scuole medie.
Non so se ai giorni nostri vi sia ancora. Se vi è ,sicuramente, il numero dei frequentatori è inferiore,come ridotto all'osso è il numero delle pie suore.
L'asilo era ubicato a sinistra ed in fondo al Corso, a picco sul mare, allato all'edificio che ospitava,allora, l'Ospedale Civile.
Al centro dell'edificio vi era un bel cortile con una enorme, così la percepivano i miei occhi di bambino, pianta di arancio. Alla sua, ombra si svolgevano i nostri giochi e sempre sotto quell'ombra sbocciò il mio primo amore che durò fino alla maturità classica.
Fu sempre una storia fatta di sguardi e di palpitazioni mie quando Lei, sembrava accorgersi di me e ricambiava il mio sguardo facendomi diventare rosso come un gambero ,e pentire di essere stato così ardito.
All'asilo ci andavo di mala voglia e venivo accompagnato, meglio sarebbe dire trascinato, da mia sorella Gasperina e da Vittoria, che poi sarebbe diventata sua cognata.
Le loro gambe, coperte da calzettoni di lana cardata, erano segnata dalle cicatrici dei calci sferrati da me , datosi che le male parole,da me sparate a raffica,non avevano funzionato da deterrente,non avevano ottenuto l'effetto sperato. Con loro due timido non ero, lo ero con le donne e questa timidezza mi è rimasta anche se da adulto è stata mascherata da una finta aggressività.
Arrivato all'asilo, andata via mia sorella e la futura cognata, che ai tempi frequentavano la quinta elementare, mi rassegnavo a passare la giornata in quel luogo. Carcere mi era sembrato prima di arrivarci, anche se non mancavano i diversivi. Uno era rappresentato dalla colazione, io portavo quello che potevo, compatibilmente col periodo di razionamento e di scarsezza di derrate alimentari.
Vicino a me era seduto un bambino di famiglia ricca, ricchezza di quei tempi e ricchezza agraria, ma costituita da persone un po' poco sveglie anche perché da tempo immemorabile, al fine di conservare integra la proprietà, praticavano l'endogamia.
Lui portava ogni giorno il ben di Dio, quello che a me sembrava ben di Dio.
La cosa più appetibile era il pane dei contadini e la marmellata di uva.
Quella marmellata che i tropeani chiamano mostarda.
Le vettovaglie che portava il mio compagno erano tutte decime dovute al padre il quale niente capiva del capitolo campagna.
Si narra che una volta avendo notato, solo allora, una pianta di quercia in un suo fondo, così apostrofò il contadino:
"Pezzo di cornuto mai il frutto di questa pianta portasti".
" Gnuri ghiandi sù e si mangianu i porci".
"E' il principio che conta"- fu la sua esaustiva risposta.
Io, sistematicamente, la mostarda gli rubavo, senza farmene accorgere.
Solo la suora sene accorgeva perché notava che il mio muso era sporco di mostarda. Niente mi diceva. Da buona napoletana ammirava gli autori dei furti con destrezza. Antesignana,approvava anche gli espropri proletari.
Un altro diversivo era rappresentato dai giochi che in periodo di tempo bello si svolgevano in cortile.
Solo allora maschietti e femminucce potevamo stare insieme anche se sorvegliatissimi dalle suore e da una loro cameriera di nome Cuncetta.
"'Ntra sala mortuaria vi portu".
Era la sua minaccia che ci faceva ammutolire, e rientrare nei ranghi.
Il gioco che mi piaceva di più era: "la bella lavanderina".
Tutti i ragazzi, tenendosi per mano, facevano girotondo attorno ad uno di loro che stava in centro, inginocchiato: la lavanderina.
La conclusione era nei versi: "guarda in su, guarda in giù, dai un bacio a chi vuoi tu".
Io sempre a sperare nell'impossibile: che Lei si accorgesse di me e mi baciasse.
Che importava se poi avrei dovuto fare la lavanderina inginocchiato in mezzo al cerchio?
Mai la bambina mi baciò.
Come era ovvio baciava sempre altre bambine.
Io sempre più deluso, nemmeno io la baciavo quando ero lavanderina troppa la timidezza!!!!!!!!
Nemmeno diventato più grande riuscii mai a dirle niente.
Lei per andare a casa lo stesso mio percorso doveva fare.
Io la raggiungevo (le ragazze uscivano da scuola cinque minuti prima dei ragazzi) e poi l'accompagnavo sotto il portone di casa sua, dove la lasciavo. Mai niente riuscii a dirle, ma ogni giorno l'accompagnavo. Lei poi mi lasciò al Liceo Classico "Pasquale Galluppi", era stata promossa alla maturità ed io bocciato. Il venerdì tornava a casa dall'università e mi veniva a trovare durante l'intervallo, ma mai niente le dissi. Finita la scuola, promosso questa volta, finalmente lei parlò ed eravamo vicino ad una cabina del Lido S. Leonardo, mi disse: "Stasera mi fidanzo". Io credo stessi per parlare ma arrivò il fratello e mi fece gli auguri per la promozione e se la portò via.
Cosa le avrei detto?
Preso dalla disperazione avrei parlato?
Tutti questi interrogativi rimangono senza risposta.
La vita ha preso per tutti e due un'altra piega.
Manco ora glielo dico che l'amavo, che soffrii tanto allora.
Ora è passata, ma da tanto, e di quei tempi ricordo solo la mostarda di Luigi e la faccia buona di Suor Augusta, ammiratrice dei ladri con destrezza e suora proletaria.
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13:22 Scritto da : lucioruffa in Il diario di F. Guglielmo Lento | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala
| Tag: storie tropeane, racconti tropeani, federico gugliemlo lento, suore di carità tropea, asilo di tropea, santa giovanna antida | OKNOtizie |
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Commenti
Che bello questo ricordo Guglielmo...più i giorni passano più mi rendo conto che il buon Dio mi ha fatto un grande regalo: averti "ritrovato".
Scritto da : lucio | 28/11/2009
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