“Querelle” sul nome della Costa degli Dei: la controreplica di Maurizio Bonanno

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1256808275.JPGContinua il dibattito sul nome della costa degli dei. Ieri, sul noto quotidiano locale Calabria Ora, è apparso il secondo intervento di Maurizio Bonanno, che controreplicava ai precedenti interventi, tutti o quasi tutti, riportati su queste pagine.  L’occhiello giornalistico che sintetizzava l’intervento di Bonanno  e che in qualche modo vuole essere un’esortazione del giornalista vibonese era: iniziamo a pensare in grande, Stanchi del teatrino della politica divertente. Ecco, questo invito-esortazione-richiamo ci piace molto, indipendentemente da qualsiasi polemica che si è innestata sul nome della costa; indipendentemente da tutto. A questo invito  che chi scrive accoglie in toto, se ne deve aggiungerere un altro, più importante, almeno credo, anch’esso contenuto verso la fine dell’intervento che segue. Vigiliamo affinché nella costa non ci siano speculazioni edilizie; legittimiamo amministratori capaci e soprattutto onesti; denunciamo ogni qualvolta ci imbattiamo in un potenziale reato ambientale, da qualunque parte esso venga ordito, anche se ad ordirlo siano parenti o amici.  Premiamo sulle amministrazioni affinché diano corso agli ordini di demolizione di case e villette abusive disseminate in lungo ed il largo sull’intera Costa degli dei. Facciamo in modo che pollai e zone rurali non diventino ville Holliwoodiane per straricchi milionari europei senza scrupoli. Credo che questa sia la cosa più importante da fare, per salvaguardare quel poco di territorio che ancora può considerarsi vergine. Poi sul nome ci metteremo daccordo, se questo si potrebbe rivelare utile ed essenziale ad una migliore promozione di queste zone. Il resto conta poco, ma davvero poco.

371305320.jpgSimpatica e divertente questa presunta polemica sul nome “Costa degli Dei”. Perché in molti si stanno appassionando, prendono posizione: mi fermano per strada, mi telefonano sollecitando una nuova risposta, dando la loro opinione, sollecitando la discussione. È divertente, anche perché questo gusto me lo prendo in prima persona senza andare a cercare il sostegno alle mie tesi di altri “autorevoli” esponenti. E poi… Fa tenerezza pensare che qualcuno, che ama definirsi “intellettuale” e pure “di sinistra”, debba rimanere aggrappato ad uno scrittore come Giuseppe Berto. Lo dico rispettosamente ricordando uno dei tanti scritti di Berto, come ad esempio quello che intitolò “Le angosce di un anarchico di destra”, un pezzo coraggioso già nel titolo avendolo scritto in un periodo in cui se non eri di sinistra non eri un artista, un intellettuale, un pensatore… nulla che potesse accreditarti nei salotti dell’intellighenzia nazionale. Berto a quel tempo pagava un conto doppio: il suo passato di “avanguardista” e di capo manipolo della “Gioventù Italiana del Littorio”, il suo presente di grande scrittore pubblicamente lodato da Hemingway, intervistato da Montale e vincitore, malgrado tutto, dei premi letterari più prestigiosi (Premio Firenze con “Il cielo è rosso”, Viareggio e Campiello con “Il male oscuro”, di nuovo il Campiello con “La gloria). Capo Vaticano era per Berto un rifugio, il rifugio che lo teneva lontano dai saccenti intellettuali autoreferenziali (“di sinistra”) che lo avevano etichettato e per questo condannato all’ostracismo. Certo, un rifugio splendido del quale lo scrittore veneto se ne innamorò, con quell’intensità che solo i non calabresi provano per questa martoriata Calabria non amata invece dai calabresi di nascita. Ma pensare che l’essere fortuitamente “vicini di casa” e per questo frequentarlo tra un bicchiere e l’altro del “suo buon vino veneto che stappava sistematicamente” possa essere scambiato per “affinità elettive” se non addirittura ideologiche, appare un azzardo: ingenuo, affettuoso, ma forzato. Io, che mantengo le rispettose distanze davanti ad un così apprezzato artista (forse perché invidioso di non aver assaggiato quel vino!), provo a coglierne la lezione e, là dove mi è stato possibile, provo ad offrire il mio contributo verso quell’unico obiettivo che deve essere la via maestra delle nostre azioni, evitando polemiche e strumentalizzazioni. Insomma, come un semplice cronista, ho raccontato la “genesi di un’adozione”, come e perché è nata l’idea di battezzare con un sol nome – Costa degli Dei – il litorale della provincia di Vibo che va da Pizzo e Nicotera, non mi sono mai appropriato di una paternità che non mi appartiene. In definitiva, non ho consumato l’atto del concepimento, ho però partecipato a quello dell’adozione. Tutt’al più, posso essere definito uno dei padri putativi! E difendo il nome, perché difendo l’idea di dare un sol nome all’intera costa, perché ritengo che il rilancio del turismo non passa da una sterile diatriba paraintellettualoide, seppur divertente, ma dal mettere in campo idee, progetti, iniziative, programmazione. Il punto non è quale sia il nome, ma non distruggere, deturpare, immiserire, irretire le bellezze naturali che fanno l’attrattiva, il richiamo per l’unicità delle sue meraviglie. Pensiamo, ad esempio, alla Liguria. In quella regione, pur avendo luoghi straordinari e noti in tutto il mondo come Portofino, Rapallo, Santa Margherita, da molti anni si è pensato di racchiuderli in un’unica denominazione, il Tigullio, nome che raggruppa queste località ma non ne annulla il singolo valore, la singola forza promozionale e turistica. Ed ancora, eguale forza unificatrice possiedono nomi come “Riviera Romagnola”, che certo non sminuisce il valore di luoghi come Rimini o Riccione; oppure “Costa Smeralda” in Sardegna; ed ancora, la “Versilia” che racchiude nomi che hanno fatto la storia del turismo nazionale: Forte dei Marmi, Viareggio, Camaiore. Dunque, perché non tentare una simile operazione anche in provincia di Vibo? Ed ecco ritornare alla mente i tanti miti e le tante leggende legate ai nostri splendidi luoghi, che hanno visto passare da qui leggendari eroi dell’antica Grecia (Ulisse, come racconta Omero, Ercole), o ancora i tanti che hanno segnato la gloriosa storia dell’antica Roma. E poi, non era stato proprio Berto a ricordare com’era nato il nome dello scoglio Mantineo (dal greco manteuo: comunicare la volontà divina)? E raccontare da dove nasceva il nome della sua amata Capo Vaticano (da vaticinuum, perché, alla stessa maniera che su quel colle di Roma, sacerdoti e indovini andavano a scrutare il futuro). Ed ancora, che dire delle leggende legate allo scoglio della Galea di Sant’Irene, al fascino della Baia di Riaci ed alla leggenda di Donna Canfora o di Santa Venere che ha dato il nome al porto che oggi è detto di Vibo Marina, o ancora la storia di Napete fondatore di quella Napitia poi divenuta Pizzo?
“Costa degli Dei”, dunque, per contenere in un sol nome Pizzo e Briatico, Parghelia e Zambrone, Joppolo (con Coccorino e Coccorinello) e Nicotera; soprattutto, Tropea e Capo Vaticano. Un unico nome per includere località che singolarmente avrebbero potuto mantenere il loro fascino e la loro potenza turistica, così com’è successo nel Tigullio, nella Costiera Romagnola, in Costa Azzurra e nella Costiera Amalfitana, là dove non si è perduto il fascino di posti unici come Maiori o Positano. Il problema è il nome? No. La questione del nome è l’alibi per nascondere il niente che impera sulla Costa degli Dei. Il vuoto di operatori che badano a spennare il turista che arriva. Il vuoto di amministratori che cementificano e distruggono provocando una drammatica erosione costiera. Eppure basterebbe poco. Ci ha provato, ad esempio, e con grande successo, la Bcc di San Calogero che col suo presidente, Nino Barone (guarda caso, mio compagno di classe e tra gli artefici di quella tesina che provocò l’intervista a Giuseppe Berto), ha organizzato un’iniziativa fantastica quanto semplice: il Concorso di fotografia subacquea denominato “Fondali di Capo Vaticano”. Sono arrivati da ogni parte veri artisti della fotografia. Il risultato è un filmato, un vero e proprio documento di straordinario impatto visivo che esalta le eccezionali bellezze e che, fatto circolare, diventa occasione di promozione. Ecco, prendiamo ad esempio l’originale e bellissima iniziativa della Bcc di San Calogero, esaltiamo giovani manager, come il presidente Barone, capaci di pensare in grande. È esattamente questo il nostro compito: favorire attività di promozione e valorizzazione del territorio. Il resto è boutade: divertente, simpatica, ma nulla più!
Maurizio Bonanno, Calabria Ora del 26 Gennaio 2010

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